Boccata d’aria dal “carcere volontario”

Walden, ovvero vita nei boschi

Walden, ovvero vita nei boschi

Oggi ,prima di iniziare il lavoro, ero nel cortile della ditta a respirare l’aria fresca della mattina prima di entrare definitivamente in “cella” e ho avuto uno strano pensiero, forse favorito dalla lettura -ieri sera prima di addormentarmi- di un capitolo del libro in cui l’autore parlava dell’acquisto di un piccolo e semplicissimo baitello/cascina di montagna per andare a vivere in mezzo al bosco.
Mentre fissavo un punto lontano e lasciavo correre la mente, sentivo i rumori, le auto che passavano, i colleghi che parcheggiavano e nel sottofondo il cinguettìo degli uccellini…  e ho pensato che sto diventando intollerante ai rumori della civiltà, che vorrei vivere più vicino alla natura.
Però mi sono detto:“Eh sì, però in fondo in fondo ti piace questa vita, perchè ti piace non tribolare per raccimolare i soldi che servono per campare! Ti piace startene bello tranquillo e paciuso in uffio con lo stipendio fisso e sicuro anzichè andare a inventarti chissà quale diavolo di lavoro pesante, scomodo e dall’introito incerto, in qualche borgo di montagna!”.
Pensiero successivo: “però ,economicamente parlando, avrei la possibilità di accettare di guadagnare meno (anche perchè spenderei meno), per fare una vita che mi piace anzichè una vita che lascio scorrere passivamente in attesa della fine!“.
Che deficente che sono: per pigrizia mentale, continuo a preferire la rassicurante e preconfezionata routine. La odio e la amo contemporaneamente.

Sì ma ipotizziamo di farlo davvero. Soldi a parte, cosa andrei a fare? Sinceramente non mi ci vedo a mungere vacche e fare formaggi da vendere in paese. Sicuramente finirei a fare il cameriere in un bar-ristorante, il falegname (il “bocia”, il “monta sù”), l’idraulico, l’imbianchino… allora tanto vale che me ne sto in ufficio e nel weekend vado in montagna.
Poi vedo su teleunica.com un servizio sul rifugio Grassi con l’intervista ai rifugisti… e… mah…

Poi il pensiero si allarga. Sono fatto così: per comprendere un concetto lo amplio il più possibile per poterlo vedere a livello globale, filosofico.
Non ho figli, cosa faccio in cima a una montagna oltre a passare un giorno di seguito all’altro? A cosa serve il susseguirsi dei giorni? Ma in fondo il discorso vale anche per chi ha figli: in ogni caso è un susseguirsi di giorni fino alla morte, e anche i figli creperanno prima o poi.
In ufficio o in montagna, con la sindrome da peter-pan o con i più nobili scopi nella vita, altro non facciamo che trascorrere quel lasso di tempo tra la nascita e la morte.

Ok, basta così, mi devo fermare perchè pensare troppo, aprire troppo gli occhi, uscire dall’illusione, fa male. Come disse Manzoni (o ,sembrerebbe, un certo Morandotti), “troppo cibo rovina lo stomaco, troppa saggezza l’esistenza”.