Amicizie e rancori

Ispirato da:
http://memolando.wordpress.com/2014/04/17/rami-sanguinanti/
gli ho lasciato un commento che riporto anche qui come articolo per il mio blog:

Non so se invidiare o no questo modo intenso di vivere le amicizie.
Io sono convinto che finita l’adolescenza non si abbiamo più amici, bensì solo conoscenti.
So benissimo che ,usando le parole di Vasco Rossi, ci si può vedere per “bere una birra al roxy bar” ma poi “ognuno in fondo è perso dentro i fatti suoi”.
Nei rapporti con le persone (simpatiche, antipatiche, simpatiche che diventano antipatiche o viceversa) mi adeguo come il sughero si adegua all’alzarsi e abbassarsi delle onde, senza radicali cambiamenti, senza litigi, senza rotture di rapporti in quanto mai son stati saldati.

Non aspettandomi molto è così per me impossibile rimanerci male. Ma di contro vivo le amicizie in modo mediocre, non ho rapporti intensi; libertà significa anche solitudine.

Qual è la via giusta? Restare corazzati e conseguentemente soffrire poco ma anche godere poco, oppure godere tanto ma INEVITABILMENTE rimanerci male molto molto spesso? NB: con “molto spesso” intendo la frequenza, non la possibilità! In quanto è per me CERTO che qualunque cosa abbia un termine o comunque sia destinata a un lento sfumare, appassire, degenerare, stancare (parlo x le cose belle, mentre quelle brutte possono durare anche tutta la vita).
Essere o non essere?
A risolverci il dubbio amletico già sul nascere è la nostra personalità, che volenti o nolenti ci porta essere ciò che siamo e cambiare è praticamente impossibile.

Ps: io ho un modo per definire tecnicamente se ho amici o conoscenti: gli amici sono quelli che si frequentano anche nei periodi che rompono la routine, per esempio le ferie estive, natalizie (le feste di fine anno) o i ponti in cui è possibile fare una vacanza via dalla solita città, ecc
Spesso (a 40 anni direi “sempre”) invece ci si vede con gli amici solo nella routine, mentre quando si avvicinano le feste ci si organizza per… “vederci tutti e farci gli auguri, che poi iniziano le feste e non ci si vede più“. :/

Ancora sulla solitudine

Articolo ispirato dalla lettura del blog di “Sentimental” http://sonoqui.wordpress.com/about/

Solitudine, solitudine… ah, amata e odiata!
Pensiero che m’ha sempre seguito nella vita, pur senza averne realmente sofferto gravemente (per fortuna), salvo forse in qualche breve periodo che il destino m’ha regalato giusto per farmi fare anche questo tipo di esperienza.

Per quanto mi riguarda sono giunto a una conclusione: adoro la solitudine solo ed esclusivamente se si tratta di… non solo di una parentesi temporanea, ma addirittura di una parentesi guadagnata a fatica, rubata! Insomma è piacevole solo se so che qualcuno mi sta aspettando e ,meglio ancora, se è anche un pelino dispiaciuta per questa mia “fuga”.
In qualunque altro caso è una delle cose più terribili della vita, forse oserei dire “la più terribile in assoluto”, peggio della morte (e questo è quasi scontato) e addirittura peggio anche della malattia! Questo ultimo concetto lo approfondisco dopo, nel commento.

E’ bruttissimo trovarsi in una stanza silenziosa e pensare che in quel momento non c’è nessuno che si sta chiedendo di te, che potresti piangere e disperarti senza che nessuno sia interessato, anzi nessuno sa nemmeno che sei al mondo. Pensare che ,anche se morissi, forse solo dopo qualche giorno qualcuno se ne accorgerebbe, ma solo perché disturbato dalla puzza del cadavere.

Tuttavia ammiro e anche invidio quelle persone che nella solitudine stanno benissimo.
Li ammiro perché così sono liberi anche da questo tipo di dipendenza.
Li invidio perché so che nella vita ,in fondo, è la solitudine lo stato di normalità. Lo stato di “in compagnìa” è uno stato eccezionale e precario, per quanto possa essere anche lunghissimo (tipo un matrimonio che funziona bene). Ma nella vita…la verità è che siamo soli, finiremo soli.

Solitario?! Io?!?

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Sabato ,fermo con la mia bicicletta in un punto remoto del parco delle Groane ad ascoltare gli uccellini, mi sono stupito nel riflettere su quei pensieri che avevo partorito nella mia ingenua mente infantile e che ancora adesso mi ritrovo a condividere. Nello specifico: da bambino ero piuttosto solitario e ,quando qualche adulto mi chiedeva come mai, io rispondevo che con gli altri giocavo ai giochi che decidevano loro mentre da solo potevo fare ciò che piaceva a me senza dover convincere altri nè prendere compromessi.

Poi è arrivata l’adolescenza e la “fame” di amicizie ha avuto il sopravvento: gli amici erano importanti come l’aria!

Ora invecchiando mi ritrovo a fare un’eccessiva selezione, di persone, di proposte di eventi mondani…  So cosa mi piace e voglio fare solo ciò che va in quella direzione.
Se tizio è troppo così e cosà, va bene per un pò, ma quando inizia a condizionare i miei progetti, quando s’attacca troppo, quando diventa troppo, diventa di troppo!
Mia moglie è come me, anche peggio! Questo post potrei scriverlo tutto al plurale, se non fosse che pure mia moglie -complice anche la sindrome premestruale- ogni tanto la percepisco di… troppo.  😀

Ecco: mi rendo conto che sto tornando a pensarla come quando ero bambino e che la solitudine non mi da più così fastidio, perchè mi permette di non dover prendere compromessi.
Ma forse… in tutta sincerità, sto peccando di superbia. Sto snobbando le persone. Dire “meglio soli che non perfettamente accompagnati” non significa gettare alle ortiche un dono divino?  Non significa rischiare di rimanere soli come 2 (con mia moglie) vecchi pazzi?
Forse tutta la spiegazione sta nel fatto che la solitudine è ricercata solo quando di amici ne abbiamo a volontà e quindi ci sentiamo “potenti”, superiori al problema. Poi ,quando non se ne hanno più, si torna a lamentarsi.