Bivaccata solitaria (parte 1 di 3)

Divido in 3 pezzi sia per non annoiare il lettore, sia per dare a me il tempo di sistemare testi e foto.

Venerdi 11/08/17, altro sogno trasformato in ricordo: una bivaccata completamente in solitaria (senza la mia compàgna e senza nemmeno avventurosi casuali con cui condividere la serata).
Inizialmente mi ero fissato col bivacco Emanuela ma ,vedendo che in estate quella montagna è più affollata della piazza del Duomo di Milano, all’ultimo ho preferito il baitello del Casis, poco conosciuto e in una zona poco frequentata.
C’avevo già fatto un salto in giornata, mesi fa:
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2359Me la pregustavo da tanto tempo, era una sorta di masturbazione mentale: sognavo ad occhi aperti di contemplare la notte/stelle/panorama, avvolto in atmosfere magiche e assorto in profonde meditazioni, nella ricerca di una risposta ai miei pensieri e ai miei dubbi (tra l’altro mi vien da dire: “…ma quali?”).

Partenza venerdi pomeriggio, con permesso per uscire prima dal lavoro e auto già caricata di tutto l’occorrente preparato nei giorni precedenti.
In tutto il torrido luglio e inizio agosto, ha piovuto (e tanto) 1 solo giorno. Indovinate quale?!
Ma fa niente: le previsioni dicevano che nel tardo pomeriggio avrebbe smesso. Peccato solo che le rimanenti nuvole mi avrebbero impedito di guardare le stelle cadenti.

Invece niente: ho fatto l’ascensione sotto il diluvio universale e ,ogni volta che pensavo “adesso smette”, ecco che rombava un tuono (Davvero! Non sto scherzando).
Sotto il mio poncho, riparato dalla pioggia ma fradicio di sudore, scorreva tanta acqua da poter ricavare energia elettrica e io avanzavo col mio pesante zaino, col cappuccio del poncho che mi andava davanti agli occhi e e gli occhiali che si appannavano/bagnavano.
In più momenti m’è preso lo sconforto e ho anche pensato che forse era un segno che qualche dio mi stava mandando: “questa bivaccata non s’ha da fare”. Ma con l’aiuto del mio solito “trucchetto” di pensare alle persone più sfortunate (disabili vari, affetti da malattie invalidanti, ecc) sono riuscito a non gettare la spugna.
E intanto la pioggia non mollava, non mollava e non mollava, MAI. Nemmeno per un attimo, per fermarsi a sistemarsi, per prendere l’acqua dallo zaino: niente, anzi altri tuoni.

Arrivato al bivacco il rumore sul tetto in lamiera era forte e abbastanza piacevole, ma ha smesso di piovere nel giro di pochi minuti (se non bestemmio….!!).
Lì, dopo essermi cambiato e ambientato, mentre la sera si avvicinava, ho iniziato ad avvertire quella maledettissima ansia che mi prende sempre tutte quelle volte (rare ma intense) che faccio delle cose del genere da solo.
Chiamarla paura non è del tutto corretto, perchè era causata da un pericolo inesistente e nemmeno ben definito! Questa è una strana sensazione piuttosto brutta che mi fa incazzare tantissimo perchè va contro il mio volere, contro il mio cervello razionale.
Ma già me l’aspettavo perchè l’avevo già provata in altre occasioni simili. Quella che m’ha stupito invece è stata la sensazione di….noia.
Già: ero solo come un cane e non avevo niente da fare. Niente.
Fuori piovigginava ancora e io ero bloccato in “casa” come in un qualunque noioso weekend di pioggia.
Mi son sentito un vero coglione.

Fino a qui una merda di racconto. Ma abbiate fede: la prossima puntata sarà migliore!

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Luogo preferito?

Ispirato da:
https://viaggioconlafotografiailariafenato.com/2016/04/13/il-luogo-preferito-a-voi-la-parola/

Molti dei miei posti preferiti non esistono più, perchè il bello non consisteva nel luogo in sè bensì nella circostanza. Circostanza fatta di amici, spensieratezza, momenti di vita particolari…
Poi le cose cambiano, la gente cambia, gli amici si perdono nelle strade della vita, noi siamo sempre meno spensierati…

Se proprio devo indicare un luogo fisico, mmmm… beh… son molti e nessuno. Butto lì: la Valsassina, perchè la frequento fin dall’infanzia e ai miei occhi è più affascinante delle delle Dolomiti, dell’Himalaya!20151129_12200
In particolare quando riesco ad andarci da solo, perchè così riesco a…perdere tempo, a imbambolarmi guardandomi attorno inutilmente, per perdermi nei ricordi, inebriarmi dell’odore dell’erba, annoiarmi tra le montagne, annoiarmi guardando le nuvole che assumuno tantissime forme, fare una faticosa camminata per arrivare là su quel pizzo dalla forma particolare che da bambino ho spesso osservato immaginando di poter volare per arrivarci, fare fantasie su future magnifiche escursioni (sì: una altra escursione, ma quella sarebbe più bella), fantasticare sull’idea di passare una notte sotto le stelle su qualche cucuzzolo isolato (sì: un’altra volta… ma quella sarebbe più affascinante).DSC_0031Funziona anche a distanza. Anche in questo momento la penso e immagino di andarci a fare qualche magnifica giornata e ,come ogni volta, mi convinco (chissà perchè) che al ritorno mi sentirei diverso, rigenerato, nuovo, anche più saggio.
E invece… son sempre il solito.

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La moto in inverno

Viaggio in moto al fresco, passeggera che rogna, nebbia, campagna, vin brulè, fuochi, odore di fieno e di fumo di legna, amici più o meno conosciuti, discorsi di moto, fagioli a volontà e carne alla griglia, momenti di chiasso alimentato dal vino e momenti di pausa seduto su un ciocco di legno vicino al fuoco a guardare la luce della luna velata dalla nebbia,
buonanotte buonanotte, aggiunta di legna nella stufa, sacco a pelo in ambiente molto spartano,
buongiorno, “Freddo?” “No!”, caffè, pranzo con gli avanzi e bevendo solo acqua o
cocacola, via le ultime scaglie di ghiaccio dalla moto, ciao ciao ciao, quando la prossima? , speriamo che la batteria…., wow è partita!, viaggio di ritorno, alberi bianchi per la brina, sguardo attento sull’asfalto, nessun’altra moto in autostrada, bambini che salutano da un’auto, doccia bollente, occhi stanchi ma sorridenti, piedi sul divano al calduccio.

Peccato che come fotografo faccia così schifo:

Una motoselvaggiata come si deve

Anche questa è andata e ormai (sigh) passata.
Più selvaggia di come me l’aspettavo, ma comunque con molte donne presenti (qualcuna anche dall’aria un po’….”cittadina”).
Qualcuno ha dormito in un b&b distante qualche km, ma molti sono rimasti in tenda.

Gli alcolici hanno dato il ritmo alla serata.
Al calar del buio sono iniziati i canti di gruppo e… avrei anche dei video, ma… quasi mi vergogno 😀 Insomma, diciamo che l’October Fest al confronto è una S.Messa domenicale.

Le mie vacanze estive

Foto più rappresentative (per me):

Ricordo di un viaggio

Non sono un gran viaggiatore nel senso usuale del termine: detesto il viaggio fatto di trolley, aeroporti, programmazioni, biglietti, orari e vita preconfezionata in un qualche paese lontano.
I miei viaggi sono dei weekends ,qualche volta di 3 gg, in moto e tenda. Quelli più lunghi sono durante le vacanze estive, ma sempre con la stessa formula.
Nel lontano (sigh) 1999 avevo 24 anni, ero single e contemporaneamente abbastanza adulto da essere svincolato dai genitori, quindi libero come il vento, io e nessun’altro a cui rendere conto, io e me stesso con cui fare le scelte circa le mie avventure.
Amici tanti, ma sapevano che dovevano rispettare la mia libertà. Con loro avevo sempre messo le cose bene in chiaro.
(Purtroppo ai tempi non mi interessava fare foto, quindi quelle che metterò qui sono raccattate da internet, giusto per rendere meno noioso l’articolo).

Con amici motociclisti avevamo scelto come destinazione per le ferie la Sicilia ma io ,per mia scelta e senza un preciso motivo, partì in una data diversa da quella scelta da loro.
Ricordo che la prima mattina di ferie avevo già la moto carica ma decisi di non partire perchè… quel giorno non mi andava… avevo ancora addosso l’ansia da lavoro…. e i miei genitori: “Ma non parti? Ma quando parti?“…. Io: “non lo so…boh…quando mi và“.
Questa illogica attesa durò 2 giorni, poi una mattina mi dissi: “oggi ho voglia di andare“, aprii la finestra…e c’era brutto tempo. Pazienza, “vado!“. Mio padre: “ti te se minga a post“.

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La mia moto di allora: una cromatissima Virago 750 (foto presa da internet, ma è identica)

In tangenziale di Milano già il primo acquazzone-diluvio, poi in poco tempo arrivai alla mia prima tappa: l’Argentario. Lì cercai un campeggio e alla sera approcciai i miei vicini di tenda con una tecnica insegnatami da un mio amico molto estroverso (mentre io a quei tempi ero più timido) : dopo tutto il giorno durante il quale furono incuriositi dalla moto e dalla mia solitudine, con un po’ di birre mi avvicinai e dissi “ragazzi, disturbo se mi siedo con voi a bere una birra in compagnìa? Ne volete una? Ne ho qualcuna…“. Mi sembrò che non aspettassero altro: si mossero con una rapidità incredibile per recuperare uno sgabellino per me.
Tutta la sera fui incredibilmente al centro dell’attenzione e furono loro a farmi continuamente parlare di moto, viaggi, ecc. Fu ,per me, quasi imbarazzante.
Il giorno dopo andai in spiaggia con loro e alla sera facemmo una bella spaghettata davanti alle tende, con pentolame e fornelli da campeggio.
Alla mattina dopo, di buon ora, ripartii con destinazione Palinuro come seconda tappa.
Senza orologio e senza sveglia, solo un telefonino che a quei tempi non includeva l’orologio, mi addormentai con in testa l’idea di dovermi svegliare presto e presto mi svegliai.

Più andavo a sud, più non riuscivo a stare da solo nemmeno un momento, forse anche grazie alla curiosità che destava la mia moto targata Milano unita alla mancanza di compagni di viaggio. L’unico tempo passato in solitudine fu quello in sella alla moto, altrimenti qualcuno attaccava sempre bottone con me: il benzinaio, il tizio fermo a mangiare un panino, il venditore di santini durante l’attesa del traghetto per lo stretto di Messina, ecc.

Al campeggio di Palinuro notai i gruppetti di ragazzi attorno a me che mi scrutavano curiosi mentre montavo la tenda da solo, con la mia moto tutta cromata con la targa milanese ben in vista. In serata furono praticamente loro ad approcciare me.

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Palinuro: l’Arco Naturale vicino alla spiaggia del campeggio

L’arrivo nell’ultimo campeggio, in Sicilia, fu la continuazione di una magnifica vacanza estiva con un sacco di amici, molti dei quali conosciuti lì. C’era anche un gruppo di 4 ragazze siciliane con una grande tenda a casetta e fornite di ogni attrezzo da cucina, oltre che di una damigiana di vino casereccio.
Con una di quelle ragazze ebbi un feeling particolare e una notte dormimmo all’aperto (nelle tende c’erano i nostri amici), con una stuoia sotto e un soffitto di stelle sopra. Ci piacque talmente tanto che ormai son 17 anni che dormiamo insieme tutte le notti. 😀

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Questa è l’unica foto reale di quella estate: serata con impepata di cozze. Il pelato è uno dello staff del campeggio, che abbiamo invitato… e non se l’è fatto ripetere, non tanto per le cozze quanto per i vari alcolici.

 

 

 

 

Anche il viaggio di ritorno fu un’avventura ,anche più particolare del viaggio di andata, ma ero coi miei amici e quindi senza il fascino della situazione solitaria.
Dormimmo in un motel veramente terribile e poi anche in una polverosissima e incasinatissima soffitta di proprietà di una ristoratrice da cui andammo per mangiare un boccone. Un anziano passante che sentì casualmente le nostre chiacchiere ci offrì il box di casa sua per parcheggiare al sicuro le moto cariche.
Questo paesello dagli abitanti così ospitali si chiama Bertonoro (Forlì) e l’ospitalità credo sia dovuta in buona parte anche a un’antica tradizione.
Per approfondire: http://www.emiliaromagnaturismo.it/it/eventi/forli-cesena/turismo-forlivese/copy_of_festa-dellospitalita
E’ un paesello magnifico, sito su una collina e quindi con terrazze panoramiche, ma con un grosso difetto: è al centro della produzione (e consumo) dell’Albana, un vino bianco…eccessivamente buono, ahinoi!
Ma siccome il vino è nemico dell’uomo e chi fugge davanti al nemico è un vigliacco, ci ritornammo spesso per fare una gita motociclistica in giornata. 😀